Isola di calore urbana 2026 città italiane: Guida Completa
L’isola di calore urbana 2026 città italiane non è più un fenomeno marginale: in estate, il centro di Roma può raggiungere temperature superiori di 5,4 °C rispetto alle campagne circostanti, mentre a Milano alcune zone superano di 10 °C le aree verdi della stessa città (Fonte: CNR, 2024). Con le ondate di caldo che si intensificano ogni anno, capire come funziona questo fenomeno — e come le nostre città stanno cercando di combatterlo — è diventato urgente quanto necessario.
Indice
Immaginate una spugna di cemento e asfalto grande quanto una metropoli: di giorno assorbe calore solare, di notte lo rilascia lentamente, impedendo all’aria di raffreddarsi. È in sintesi l’effetto isola di calore urbana — in inglese Urban Heat Island (UHI) — un fenomeno studiato fin dagli anni Quaranta del Novecento ma oggi più rilevante che mai, in un contesto di cambiamento climatico 2026 e i record di temperatura WMO che rendono le estati italiane sempre più estreme.
Il fenomeno non riguarda solo il disagio personale: temperature più alte in città aumentano il consumo energetico per il condizionamento, amplificano i rischi per la salute delle popolazioni vulnerabili — anziani, bambini, persone con malattie cardiovascolari — e aggravano la siccità locale. Secondo i dati più recenti, in Italia la copertura di cemento e asfalto cresce di circa 16 ettari al giorno (Fonte: ISPRA, 2024), riducendo le superfici che potrebbero invece rinfrescare l’aria attraverso l’evapotraspirazione delle piante.
Ultimo aggiornamento: 5 giugno 2026
Cos’è l’isola di calore urbana e perché si forma
L’isola di calore urbana è il microclima più caldo che si forma nelle aree densamente edificate rispetto alle zone rurali e periferiche circostanti. Il termine — coniato dal climatologo britannico Luke Howard già nel 1820 studiando la temperatura di Londra — descrive un fenomeno generato da più cause che si sommano.
La causa principale è la differente capacità termica dei materiali urbani rispetto al suolo naturale. Il cemento e l’asfalto sono materiali scuri che assorbono fino all’80–95% della radiazione solare, trasformandola in calore. Una foresta o un prato, invece, riflette parte della luce e disperde il calore attraverso l’evapotraspirazione — un processo simile alla sudorazione umana. Un quartiere senza alberi funziona come una padella: accumula calore durante il giorno e lo irradia verso il basso e in tutte le direzioni per ore dopo il tramonto.
A questa causa si aggiungono il calore prodotto direttamente da veicoli, impianti di condizionamento e industrie — definito dagli studiosi come “calore antropogenico” — e la geometria stessa degli edifici. I canyon urbani, i corridoi di strade fiancheggiate da palazzi alti, intrappolano la radiazione infrarossa che rimbalza tra le superfici verticali invece di disperdersi verso il cielo. Il risultato è un accumulo di energia termica che nelle grandi città può persistere per tutta la notte, impedendo il recupero fisiologico delle persone esposte al caldo durante il giorno.
«I nostri modelli mostrano che, nelle città italiane con morfologia urbana compatta, l’intensità dell’isola di calore notturna supera sistematicamente i 4 °C rispetto alle aree rurali circostanti. È un dato che deve entrare nella pianificazione urbanistica come vincolo, non come variabile opzionale.»
Riccardo Riva, ricercatore presso il Dipartimento di Ingegneria Ambientale del Politecnico di Milano, studio pubblicato su Scientific Reports (Nature, 2024)

Isola di calore urbana 2026: i dati nelle città italiane
Uno studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) ha misurato l’intensità dell’isola di calore in tutti i capoluoghi di regione italiani, rilevando la presenza del fenomeno in ogni città analizzata — senza eccezioni. I dati variano in base alla morfologia urbana, alla densità edilizia e alla presenza di verde, ma il quadro complessivo è preoccupante.
Roma
La Capitale registra differenze di temperatura tra il centro urbano e le aree rurali circostanti che raggiungono 5,4 °C durante il giorno e superano i 4,5 °C di notte, secondo un’analisi pubblicata su Solar Energy e condotta dall’Università La Sapienza. Le zone più critiche coincidono con i quartieri a più alta densità edilizia e traffico, dove l’asfalto occupa oltre il 70% della superficie al suolo (Fonte: Università La Sapienza / ScienceDirect, 2023).
Milano
A Milano, la temperatura media è aumentata di 2 °C dal 1950 e le proiezioni indicano un ulteriore incremento di 2,3 °C estivo entro il 2050. Uno studio MDPI del febbraio 2026 ha mappato l’esposizione al calore superficiale (Surface UHI) incrociandola con i dati demografici: le aree più vulnerabili sono quelle con alta concentrazione di anziani over 65 e bambini sotto i 5 anni. Il quartiere di Calvairate e la zona della Stazione Centrale mostrano i valori più elevati, con picchi che superano di 10 °C le aree verdi della città nello stesso momento della giornata (Fonte: MDPI Climate, 2026).
Il problema non riguarda solo le grandi metropoli. La ricerca del CNR dimostra che anche città medie come Bari — con la sua esposizione mediterranea — potrebbero subire un incremento aggiuntivo di 4 °C nelle temperature urbane rispetto ai valori attuali negli scenari climatici futuri più pessimistici. Un incremento di questa entità, sommato alle ondate di calore già in corso, renderebbe molte aree urbane meridionali difficilmente vivibili nei mesi estivi senza adeguati sistemi di raffreddamento. La correlazione tra il fenomeno e la crisi idrica documentata nel Rapporto ISPRA 2026 sulla crisi idrica italiana emerge chiaramente: meno acqua nel suolo significa meno evapotraspirazione, e quindi temperature ancora più alte.
Tetti verdi, alberi e asfalto freddo: le soluzioni che funzionano
La ricerca sulle soluzioni di mitigazione è oggi uno dei campi più attivi dell’urbanistica climatica. I dati più solidi indicano che l’incremento della copertura verde è la strategia con il miglior rapporto costi-benefici: secondo un’analisi del Politecnico di Milano, un aumento del 10% della superficie coperta da vegetazione riduce la temperatura superficiale media di 0,26 °C. Sembra poco, ma su scala di quartiere equivale a differenze percepibili durante le ore più calde.
Gli alberi ad alto fusto svolgono un doppio ruolo: ombreggiamento diretto delle superfici (tetti, marciapiedi, strade) ed evapotraspirazione, che funziona esattamente come un condizionatore naturale. Un albero adulto può evaporare fino a 450 litri d’acqua al giorno — l’equivalente di un condizionatore da 2,5 kW in funzione per circa 20 ore. Detto con un’analogia: ogni grande tiglio piantato in città è un piccolo impianto di raffreddamento gratuito che funziona senza consumare corrente. Le pavimentazioni drenanti e i materiali con alta riflettanza (albedo elevata) — come i cosiddetti “cool pavements” usati in alcune vie di Roma e Milano — riducono invece l’accumulo diretto di calore nelle ore diurne.
Sul fronte delle politiche pubbliche, il piano caldo 2026 della protezione civile include misure di allerta e assistenza per le popolazioni vulnerabili, ma gli esperti sottolineano che gli interventi di emergenza non sostituiscono la necessità di trasformare strutturalmente le città. I tetti verdi — superfici ricoperte di vegetazione sui fabbricati — sono già obbligatori nelle nuove costruzioni in alcune regioni della Germania e della Svizzera, e stanno guadagnando terreno nelle linee guida urbanistiche di Milano e Bologna.
«Le Nature-Based Solutions — alberi, tetti verdi, superfici d’acqua — non sono decorazioni urbane, ma infrastrutture climatiche. Il problema è che il loro impatto richiede anni per dispiegarsi pienamente, mentre la politica tende a ragionare in cicli elettorali. Dobbiamo cambiare questa logica.»
Stefano Caserini, professore di Mitigazione dei Cambiamenti Climatici, Politecnico di Milano (2025)
Limiti della ricerca e prossimi passi
Nonostante i progressi significativi, la ricerca sull’isola di calore urbana presenta ancora limiti importanti da tenere presenti. La maggior parte degli studi italiani disponibili si concentra su singole città o periodi limitati, rendendo difficile costruire confronti sistematici su scala nazionale. Le misurazioni di temperatura variano in base alla posizione dei sensori — se installati in aree già più calde o più fredde della media urbana, i dati possono risultare sovrastimati o sottostimati (Fonte: MDPI Energies, 2026).
Un secondo limite riguarda la modellizzazione degli scenari futuri: i ricercatori ipotizzano incrementi fino a 4 °C aggiuntivi per le città meridionali entro il 2050, ma questi valori dipendono fortemente dalle traiettorie di emissione globali e dai feedback climatici ancora non completamente compresi. I dati suggeriscono che le città con maggiore copertura verde potrebbero attenuare significativamente l’effetto, ma gli studi di lungo periodo sulle Nature-Based Solutions applicata all’UHI sono ancora relativamente pochi e con campioni limitati.
I prossimi passi della ricerca puntano a reti di sensori distribuiti a basso costo integrate con dati satellitari ad alta risoluzione, per mappare in tempo reale le isole di calore a livello di singolo isolato. Il progetto europeo CRiStAll — che coinvolge istituti italiani di ricerca — sta sviluppando modelli accoppiati di energia degli edifici e clima urbano per valutare l’efficacia delle strategie di mitigazione a scala di quartiere. I risultati preliminari sono promettenti, ma la comunità scientifica concorda che servono almeno cinque-dieci anni di dati per validare le previsioni su scala reale.
Domande frequenti
Di quanti gradi è più calda una città rispetto alla campagna?
La differenza dipende dalla dimensione e dalla morfologia della città. Per le grandi metropoli italiane, i dati scientifici disponibili indicano differenze tra 4 e 5 °C in media, con punte fino a 10 °C in aree particolarmente dense e prive di verde rispetto alle zone verdi della stessa città. L’intensità è maggiore di notte, quando le superfici urbane continuano a irradiare il calore accumulato durante il giorno (Fonte: CNR; ScienceDirect, 2023–2026).
Gli alberi in città servono davvero a ridurre il caldo?
Sì, i dati lo confermano. La ricerca del Politecnico di Milano indica che ogni aumento del 10% di superficie verde riduce la temperatura media superficiale di 0,26 °C. Un albero adulto equivale, in termini di raffrescamento evaporativo, a un condizionatore da 2,5 kW in funzione per circa 20 ore al giorno. L’effetto è maggiore con alberi ad alto fusto che ombreggiamo direttamente le superfici. I ricercatori ipotizzano che quartieri con copertura arborea superiore al 30% potrebbero ridurre l’intensità dell’UHI locale di 1–2 °C, anche se i dati di lungo periodo sono ancora limitati.
Cosa posso fare come cittadino per ridurre l’effetto isola di calore?
A livello individuale, le azioni più efficaci — secondo la letteratura disponibile — riguardano le superfici delle abitazioni: tetti e terrazze con materiali chiari o rivestiti di vegetazione riflettono più luce e trattengono meno calore. Evitare di usare il condizionatore nelle ore più fresche e privilegiare la ventilazione naturale riduce il calore antropogenico immesso nell’aria urbana. A livello collettivo, partecipare alle consultazioni urbanistiche del proprio comune per richiedere più alberi, parchi e superfici permeabili è la leva più potente a disposizione dei cittadini.
Quali città italiane stanno facendo di più per combattere l’isola di calore?
Milano e Bologna sono attualmente le città italiane più avanzate nella pianificazione di interventi sistematici. Milano ha adottato un piano del verde che prevede la piantumazione di 3 milioni di alberi entro il 2030 e sta sperimentando tetti verdi obbligatori nelle nuove costruzioni. I ricercatori sottolineano però che gli effetti di queste politiche saranno misurabili solo tra alcuni anni: i piani verdi richiedono tempo per dispiegarsi, e la comunità scientifica non è ancora concorde sull’entità dell’impatto a lungo termine nelle condizioni climatiche attese per il 2040–2050.
Glossario essenziale
- Urban Heat Island (UHI) — Fenomeno per cui le aree urbane registrano temperature significativamente più alte rispetto alle zone rurali circostanti, a causa dei materiali, della morfologia e del calore prodotto dalle attività umane.
- Surface UHI — Variante del fenomeno misurata sulla temperatura delle superfici (tetti, strade, pavimenti) anziché dell’aria, rilevata principalmente tramite dati satellitari infrarossi.
- Albedo — Capacità di una superficie di riflettere la radiazione solare. Le superfici chiare hanno albedo elevata (riflettono più luce, si scaldano meno); le superfici scure hanno albedo bassa.
- Evapotraspirazione — Processo attraverso cui piante e suolo umido rilasciano vapore acqueo nell’atmosfera, abbassando la temperatura dell’aria circostante — il meccanismo naturale di raffrescamento delle aree verdi.
- Nature-Based Solutions (NbS) — Interventi di progettazione urbana che utilizzano elementi naturali (alberi, tetti verdi, parchi, superfici d’acqua) per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici in città.
- Cool pavements — Pavimentazioni realizzate con materiali ad alta riflettanza o permeabilità, progettate per assorbire meno calore solare rispetto all’asfalto tradizionale.
Per approfondire i dati scientifici sull’isola di calore, consulta i comunicati originali del CNR sulle isole di calore nelle città italiane e lo studio su benessere termico e mitigazione dell’UHI a Roma pubblicato su Nature Scientific Reports (2024).
Questo articolo è stato scritto dalla redazione di Info Pratica e verificato su fonti ufficiali e attendibili (istituzioni, enti pubblici, studi ed esperti citati nel testo). Scopri come lavoriamo nella pagina Redazione.
