Referendum giustizia: vince il No con il 53,7%
Il referendum giustizia ha visto gli italiani bocciare la riforma costituzionale promossa dal governo Meloni: il No ha prevalso con il 53,74% dei voti validi contro il 46,26% del Sì, secondo i dati definitivi del portale Eligendo del Viminale. La consultazione, svoltasi il 22 e 23 marzo 2026, ha registrato un’affluenza del 58,93%, un risultato superiore alle attese per un referendum costituzionale e il più alto dalla tornata del 2016 sulla riforma Renzi.
La riforma sottoposta al voto popolare prevedeva tre interventi strutturali sull’ordinamento giudiziario italiano: la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri, con il divieto di passare da un ruolo all’altro; lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura in due organi distinti, uno per i giudici e uno per i pm; e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma, separata dagli attuali meccanismi di vigilanza interna alla magistratura. Il testo era stato approvato dal Parlamento a fine 2025 al termine di un iter durato quasi quattro anni, come previsto dalla procedura per le revisioni costituzionali che non richiedono il quorum di partecipazione. Per il quadro normativo collegato si veda la nostra analisi sulla riforma della giustizia penale del 2026.
Il voto del 22-23 marzo rappresenta il quinto referendum costituzionale nella storia della Repubblica italiana e il secondo, dopo quello del 2006 sulla devolution, a respingere una riforma già approvata dalle Camere (fonte: YouTrend). La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha riconosciuto pubblicamente la sconfitta in un video diffuso sui propri canali social, affermando di rispettare «la decisione degli italiani» pur esprimendo «rammarico per un’occasione persa di modernizzare l’Italia».
Dal punto di vista geografico, il No ha prevalso in 17 regioni su 20. Il Sì ha ottenuto la maggioranza soltanto in Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, tre regioni tradizionalmente favorevoli al centrodestra. Nelle grandi città del Centro-Sud il risultato è stato netto: a Napoli il No ha raggiunto il 71,48%, a Palermo il 64,86%, a Roma il 57,4%, secondo i dati di Fanpage.it. Al contrario, le province con la più alta affluenza complessiva sono risultate Firenze (70%), Bologna (69,2%) e Siena (67,9%), tutte nel Centro-Nord.
Referendum giustizia: cosa prevedeva la riforma bocciata e perché era controversa
Il cuore del dibattito ruotava attorno alla separazione delle carriere, presentata dal governo come uno strumento per garantire maggiore imparzialità nei processi, impedendo ai pubblici ministeri di assumere successivamente funzioni giudicanti e viceversa. I sostenitori della riforma sostenevano che il passaggio da un ruolo all’altro generasse una vicinanza culturale tra accusa e giudizio incompatibile con i principi del giusto processo. Le opposizioni e la grande maggioranza delle associazioni forensi contestavano invece che la modifica avrebbe indebolito l’indipendenza della magistratura, avvicinando il sistema italiano a modelli in cui il pm è soggetto all’esecutivo.
L’Associazione Nazionale Magistrati aveva attivamente campagnato per il No, sostenendo che la riforma stravolgesse l’equilibrio dei poteri sancito dalla Costituzione del 1948. La sua Giunta esecutiva centrale, nella notte del 23 marzo, ha dichiarato: «Oggi è un bel giorno per il nostro Paese, non per la magistratura, ma per tutti i cittadini. Abbiamo contribuito a preservare l’autonomia e l’indipendenza della giurisdizione, proteggendo la Costituzione» (fonte: dichiarazione ANM, 23 marzo 2026).
«La sovranità appartiene al popolo e gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza. Il governo ha fatto quello che aveva promesso.»
Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, 23 marzo 2026

Chi ha votato No: l’analisi del voto
Secondo le stime dell’istituto Opinio per la Rai e YouTrend per Sky TG24, la mobilitazione del fronte del No ha superato il bacino elettorale tradizionale dei partiti che lo sostenevano. In particolare, il 57,7% di chi non aveva votato alle elezioni europee del 2024 ma si è recato alle urne per il referendum ha scelto il No, un dato che indica una partecipazione civica attivata da motivazioni non strettamente di appartenenza partitica. Le fasce più giovani dell’elettorato hanno espresso in misura maggiore il voto contrario alla riforma rispetto agli elettori più anziani, sebbene questo dato non incida sugli effetti giuridici del risultato.
Il centrosinistra, schierato compattamente per il No con Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e Italia Viva, esce dalla consultazione galvanizzato. La segretaria del PD Elly Schlein ha commentato: «C’è già una maggioranza alternativa a questo governo. Questo voto ci consegna una grande responsabilità» (fonte: ANSA, 23 marzo 2026). Il leader del M5S Giuseppe Conte ha parlato di «avviso di sfratto al governo» e ha rilancito l’ipotesi delle primarie di coalizione in vista delle elezioni politiche previste entro la fine del 2027; sul progetto del Movimento si veda l’approfondimento sul programma M5S Nova di Conte per il 2026.
«Riconosciamo il risultato negativo, ma il nostro lavoro per cambiare l’Italia continua sulla base del mandato elettorale che abbiamo avuto.»
Antonio Tajani, segretario di Forza Italia, 23 marzo 2026
Le reazioni della maggioranza e i prossimi passi
All’interno della coalizione di governo le reazioni hanno mostrato sfumature diverse. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato di non voler attribuire «un significato politico» al risultato, sottolineando l’alta partecipazione come «conferma della solidità della nostra democrazia» (fonte: comunicato del Ministero della Giustizia, 23 marzo 2026). Il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami ha ribadito che il referendum «non incide sulle sorti del governo», mentre il vicepremier Matteo Salvini ha semplicemente affermato che «quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione». La premier Meloni non ha indicato misure di risposta immediata, ma il risultato proietta un’ombra sulla tenuta politica dell’esecutivo a meno di due anni dalle elezioni.
Dal punto di vista giuridico, la bocciatura referendaria non preclude future riforme dell’ordinamento giudiziario, ma impone che qualsiasi modifica di rango costituzionale trovi un consenso parlamentare più ampio e, eventualmente, torni al vaglio dei cittadini. Il dibattito sulla giustizia — uno dei terreni più divisivi della politica italiana dagli anni Novanta — resta dunque aperto, con la prospettiva che il centrosinistra, forte del risultato del 23 marzo, provi a costruire una proposta alternativa in vista del 2027. La disciplina della procedura referendaria è definita dall’articolo 138 della Costituzione, che regola l’iter di revisione costituzionale.
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Domande frequenti
Cosa prevedeva esattamente la riforma bocciata?
La riforma costituzionale sottoposta a referendum il 22-23 marzo 2026 prevedeva la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del CSM in due organi distinti e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma per i magistrati. Il testo era stato approvato dal Parlamento alla fine del 2025 (fonte: Gazzetta Ufficiale).
Era previsto un quorum di partecipazione?
No. I referendum costituzionali in Italia non prevedono un quorum minimo di votanti: è sufficiente che uno dei due fronti raccolga più voti dell’altro. L’elevata affluenza del 58,93% ha comunque rafforzato il peso politico del risultato, ma il voto sarebbe stato valido a prescindere dal numero di partecipanti (fonte: Eligendo – Viminale).
Quali sono le conseguenze immediate per il governo Meloni?
Sul piano istituzionale il governo non è obbligato a dimettersi, poiché il referendum non aveva carattere fiduciario. Sul piano politico, la sconfitta su una riforma centrale nel programma elettorale del centrodestra indebolisce la posizione della premier in vista delle elezioni politiche previste entro fine 2027. La maggioranza resta formalmente in carica con il proprio mandato parlamentare.
È possibile riproporre la riforma in futuro?
Sì. Il risultato del referendum non impedisce al Parlamento di approvare nuove riforme costituzionali in materia di giustizia, a condizione che si segua l’iter previsto dall’articolo 138 della Costituzione, che richiede una doppia approvazione a distanza di almeno tre mesi e, in assenza di una maggioranza dei due terzi, la possibilità di richiedere un nuovo referendum confermativo.
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