Scienza

Desertificazione Italia 2026: Guida Essenziale alle Regioni

La desertificazione Italia 2026 regioni rischio non è uno scenario lontano: secondo i dati dell’ISPRA, il 17,4% della superficie nazionale risulta già degradata e oltre il 28% del territorio è classificato a rischio, con Sicilia, Sardegna e Puglia in prima linea in una trasformazione silenziosa ma inesorabile del paesaggio italiano. (Fonte: ISPRA, 2022)

Immaginate che ogni anno un’area grande quanto tutte le Isole Eolie scomparisse sotto la sabbia. È esattamente quello che i dati suggeriscono stia accadendo in Sicilia, dove circa 117 km² di suolo produttivo si degradano ogni anno fino a perdere la propria capacità di sostenere vita vegetale e colture. Il fenomeno non risparmia nemmeno la Sardegna e la Puglia, regioni la cui sopravvivenza agricola ed ecologica dipende in larga misura da un suolo sempre più fragile.

La desertificazione — intesa come il processo di degrado permanente del suolo in zone aride, semi-aride e sub-umide secche, causato dall’interazione tra variabilità climatica e attività umane — non è una questione esclusiva del Sahara. Il bacino del Mediterraneo è uno dei punti caldi mondiali di questo fenomeno, e l’Italia meridionale si trova all’apice di questa vulnerabilità geografica e climatica.

Ultimo aggiornamento: 8 giugno 2026


Cosa si intende per desertificazione

È importante distinguere subito tra due concetti spesso confusi: la desertificazione non significa che l’Italia diventerà un deserto sabbioso come il Sahara. Significa piuttosto che vaste porzioni di territorio perdono progressivamente la propria fertilità, la copertura vegetale e la capacità di trattenere l’acqua. Il risultato è un suolo che non produce più, erode con le piogge intense e si spacca durante le siccità prolungate.

La Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta alla Desertificazione (UNCCD) definisce il fenomeno come il “degrado del suolo nelle zone aride, semi-aride e sub-umide secche risultante da vari fattori, incluse le variazioni climatiche e le attività umane”. In Italia, dove il 59% del territorio meridionale ricade già in queste categorie climatiche, la definizione è tutt’altro che accademica.

Pensate al suolo come a una spugna biologica: un terreno sano trattiene l’acqua, nutre le radici, ospita miliardi di microrganismi e regola il ciclo del carbonio. Un suolo degradato è come una spugna secca e indurita — l’acqua scorre via senza penetrare, portandosi via lo strato superficiale fertile e aggravando sia le alluvioni che le siccità. È un circolo vizioso che si autoalimenta.


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Desertificazione Italia 2026 regioni rischio: la mappa

I dati più recenti dell’ISPRA indicano che il 17,4% della superficie nazionale è già classificata come degradata, mentre oltre il 28% del territorio è a rischio di ulteriore desertificazione. (Fonte: ISPRA, 2022) Il CNR, con metodologie di valutazione parzialmente diverse, stima che il 21% del territorio nazionale si trovi in zona di rischio significativo. (Fonte: CNR, 2023) La differenza tra le due stime non è una contraddizione: riflette l’uso di soglie e indicatori differenti, un elemento che i ricercatori stessi sottolineano come limite metodologico importante.

La concentrazione geografica è netta: il 41% di tutto il territorio a rischio si trova nel Sud della penisola e nelle Isole. Questa distribuzione non è casuale — rispecchia la combinazione di un regime climatico mediterraneo già tendenzialmente arido, una pressione agricola secolare che ha impoverito i suoli, e un’accelerazione recente dei fenomeni estremi legata ai cambiamenti climatici. Come abbiamo documentato analizzando il cambiamento climatico e i record di temperatura 2026, le anomalie termiche nel Mediterraneo stanno amplificando processi che decenni fa erano ancora lenti e graduali.

«Il degrado del suolo in Italia non è uniforme: le aree più vulnerabili sono quelle che combinano stress climatico cronico, perdita di copertura vegetale e gestione agricola intensiva. Senza interventi strutturali, i modelli proiettivi indicano un’espansione delle zone critiche nel corso dei prossimi decenni.»

Alessandro Trigila, ricercatore ISPRA, Dipartimento per il Servizio Geologico d’Italia (2022)

Sicilia, Sardegna e Puglia: i dati regione per regione

I dati regionali mostrano un quadro differenziato, ma con alcune costanti preoccupanti. La Sicilia è la regione più colpita in termini assoluti: il 42,9% della superficie regionale è classificato ad alto rischio, e le stime allargando la definizione di vulnerabilità raggiungono il 70% dell’isola. (Fonte: SNPA-ISPRA, dati 2022-2023) Il dato dei 117 km² annui di suolo che perdono produttività equivale, per dare una misura concreta, a far scomparire ogni anno una superficie grande quanto l’intero comune di Palermo.

Sicilia e Sardegna

Sicilia: 42,9% ad alto rischio; fino al 70% in vulnerabilità allargata. 117 km²/anno di suolo degradato. 175 eventi climatici estremi nell’ultima decade, 25 solo nel 2022.

Sardegna: 19,1% ad alta vulnerabilità. Le zone costiere e collinari interne sono le più esposte alla combinazione di siccità estiva e vento. La perdita di macchia mediterranea accelera l’erosione.

Puglia e altre regioni

Puglia: Il 57% del territorio è classificato in zona di rischio. Il Tavoliere delle Puglie, tra i principali granai d’Italia, è tra le aree agricole più esposte alla riduzione delle precipitazioni primaverili.

Molise e Basilicata: Rispettivamente 24,4% e 24,2% di superficie ad alto rischio. Anche Calabria, Campania interna e alcune zone di Marche e Umbria mostrano segnali crescenti di vulnerabilità.


Cause climatiche e antropiche

La desertificazione è il prodotto di un’equazione a due variabili inseparabili: il clima e l’uomo. Sul fronte climatico, l’Italia meridionale ha registrato un aumento delle temperature medie di circa 1,5°C nell’ultimo secolo, con un’accelerazione marcata negli ultimi trent’anni, e una riduzione delle precipitazioni estive nel Sud che ha superato il 20% rispetto alla media storica in alcune aree. Questi valori non sono proiezioni future — sono tendenze già in atto, documentate dalle reti di monitoraggio di ISPRA e ARPA regionali. Le conseguenze per la crisi delle risorse idriche sono ben descritte in la crisi idrica italiana secondo l’ISPRA, che mostra come deficit pluviometrici e aumento dell’evapotraspirazione stiano riducendo la ricarica delle falde acquifere.

Sul fronte antropico, i fattori principali sono: la deforestazione storica — l’Italia meridionale ha perso tra il 60 e l’80% della copertura boschiva originaria nei secoli scorsi — le pratiche agricole intensive che non restituiscono sostanza organica al suolo, il sovrapascolo in aree già fragili e gli incendi ricorrenti che distruggono la copertura protettiva del suolo. L’urbanizzazione, che in Italia consuma ancora circa 2 m² di suolo al secondo, riduce ulteriormente la superficie permeabile capace di assorbire le piogge.

Un aspetto spesso sottovalutato è la perdita di sostanza organica: un suolo sano contiene tra il 3 e il 5% di materia organica, che funge da spugna e da riserva di nutrienti. In molte aree del Sud Italia, questo valore è sceso sotto l’1%, soglia al di sotto della quale il suolo perde capacità portante, fertilità e resistenza all’erosione. Recuperare un punto percentuale di sostanza organica richiede decenni di pratiche agricole conservative — è un debito ecologico che si accumula in anni e si ripaga in generazioni.


Scenari futuri: cosa prevede la ricerca

Gli studi condotti dall’ENEA sugli scenari climatici mediterranei indicano, nei casi peggiori (scenario SSP5-8.5, alte emissioni), una riduzione delle precipitazioni annuali fino al 30% entro la fine del secolo, con una concentrazione degli eventi piovosi in periodi sempre più brevi e intensi. (Fonte: ENEA, analisi scenari climatici Mediterraneo) Questo schema — meno pioggia ma più violenta — è particolarmente devastante per i suoli: le precipitazioni intense su terreni secchi non si infiltrano, ma scorrono in superficie portandosi via lo strato fertile.

Sul fronte della risposta scientifica, il 2026 segna l’avanzamento di due iniziative rilevanti. Il progetto europeo NEMESIS (nell’ambito della Missione UE per la salute del suolo) ha aperto nuovi Living Labs nel Mediterraneo, inclusa l’Italia, per testare pratiche di rigenerazione del suolo su scala reale. Il progetto SALAM-MED, coordinato dal Nucleo di Ricerca sulla Desertificazione dell’Università di Sassari con 15 partner da 8 Paesi, sviluppa approcci integrati di gestione sostenibile del suolo e dell’acqua nelle zone aride mediterranee. (Fonte: Porto Conte Ricerche / Univ. Sassari, 2026)

Le soluzioni scientificamente validate includono l’agricoltura di conservazione (lavorazione minima del suolo, coperture vegetali permanenti), la riforestazione con specie autoctone adatte al clima mediterraneo e i sistemi di raccolta delle acque piovane (water harvesting) tipici delle agricolture tradizionali del Mediterraneo e oggi recuperati con tecnologie moderne. Queste pratiche non invertono la tendenza climatica, ma possono significativamente rallentare il degrado del suolo e migliorarne la resilienza. Ulteriori approfondimenti sul tema sono disponibili sul sito del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e nella sezione dedicata dell’ISPRA — Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.


Limiti della ricerca e prossimi passi

È importante essere onesti sui limiti di ciò che sappiamo. Le stime sulla percentuale di territorio a rischio variano significativamente tra fonti diverse — dal 17,4% dell’ISPRA al 28% citato in altri rapporti, fino al 21% del CNR — perché riflettono metodologie, soglie di classificazione e anni di riferimento differenti. Non esiste ancora un sistema di monitoraggio continuo e standardizzato a livello nazionale che produca dati aggiornati in tempo reale sul degrado del suolo.

Inoltre, mentre le tendenze di lungo periodo sono chiare e preoccupanti, la capacità di prevedere l’evoluzione a scala locale rimane limitata. I modelli climatici regionali hanno ancora incertezze significative sulle precipitazioni future nel Mediterraneo, il che rende difficile pianificare interventi di adattamento su scala comunale o provinciale.

«La ricerca sulla desertificazione in Italia ha fatto passi avanti notevoli, ma mancano ancora sistemi di monitoraggio continuo del suolo a scala nazionale. Senza dati aggiornati e disaggregati, le politiche di adattamento rischiano di arrivare tardi rispetto all’evoluzione del fenomeno.»

Ricercatori del Nucleo di Ricerca sulla Desertificazione, Università di Sassari (SALAM-MED, 2026)

I prossimi passi della ricerca si concentrano su tre fronti: sviluppare indici di vulnerabilità standardizzati per confrontare i dati tra regioni e nel tempo; valutare l’efficacia delle misure di adattamento già implementate (i Living Labs del progetto NEMESIS forniranno dati sperimentali nei prossimi anni); e quantificare il costo economico del degrado del suolo, un elemento ancora sottovalutato nelle politiche agricole ed ambientali nazionali.


Domande frequenti

L’Italia diventerà un deserto come il Sahara?

I ricercatori escludono questo scenario nel senso letterale del termine: l’Italia non si trasformerà in un mare di dune. Ciò che i dati indicano è un progressivo impoverimento dei suoli, riduzione della copertura vegetale e aumento dell’aridità stagionale nel Sud — un processo che riduce la produttività agricola e la biodiversità, senza necessariamente produrre paesaggi sabbiosi. La distinzione è importante: il rischio è reale e documentato, ma va comunicato con precisione per evitare allarmismi controproducenti. (Fonte: ISPRA, 2022)

Quali colture sono più a rischio?

Le colture più vulnerabili sono quelle che dipendono dalle piogge primaverili ed estive senza irrigazione supplementare: cereali nel Tavoliere delle Puglie, uliveti in Sicilia e Calabria, pascoli in Basilicata e Sardegna. Le colture irrigue sono meno esposte al rischio immediato di desertificazione, ma dipendono da riserve idriche sotterranee e superficiali che sono esse stesse sotto pressione. La riconversione verso varietà più resistenti alla siccità è una delle risposte già in corso, ma richiede tempi lunghi e investimenti significativi.

La desertificazione riguarda anche il Nord Italia?

In misura molto minore, ma sì. Alcune aree collinari di Emilia-Romagna, Marche e Umbria mostrano segnali di vulnerabilità crescente, soprattutto per effetto dell’erosione idrica accelerata dagli eventi piovosi intensi. Anche la pianura padana, pur non classificata a rischio di desertificazione, subisce un degrado della qualità del suolo legato all’agricoltura intensiva e alla subsidenza. Il problema è strutturalmente più grave al Sud, ma non è esclusivo del Mezzogiorno.

Cosa sta facendo l’Italia per contrastare il fenomeno?

A livello istituzionale, l’Italia partecipa alla Convenzione UNCCD e ha recepito gli obiettivi europei di neutralità del degrado del suolo entro il 2030. Sul piano pratico, il Piano Strategico della PAC (Politica Agricola Comune) 2023-2027 include misure agroambientali che incentivano le pratiche conservative. I progetti di ricerca NEMESIS e SALAM-MED coinvolgono istituti italiani in iniziative europee di ampia scala. Gli esperti concordano, tuttavia, che il ritmo degli interventi è ancora insufficiente rispetto alla velocità del degrado osservato. (Fonte: ENEA / Università di Sassari, 2026)

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